Natale di mezza estate

Ivana Falconi · Domenica Mattina, 2001, Carrello di metallo, oggetti
sacri vari

Ivana Falconi · Domenica Mattina, 2001, Carrello di metallo, oggetti
sacri vari

Katia Bassanini · Happyman, 2003, video still

Katia Bassanini · Happyman, 2003, video still

Fokus

La mostra «Che c’è di nuovo» a Lugano ha permesso il ?coming out’ della scena artistica ticinese contemporanea. Un primo passo importante, ma che lascia anche intravvedere quanta strada resta ancora da fare.

Natale di mezza estate

La scena artistica emergente Ticinese

Anche il Ticino ha avuto la sua prima «Weihnachtsausstellung». Finalmente, verrebbe voglia di esclamare? Ironia della sorte: l’esposizione di natale, avviene proprio nell’estate 2003, l’estate che, a detta degli esperti, è stata la più calda che si ricordi. Così fino a fine agosto, 33 artisti ticinesi, o meglio «La scena artistica emergente Ticinese» come viene definita nel sottotitolo della mostra, hanno potuto presentare il loro lavoro nelle sale del Museo
Cantonale d’Arte.

Va detto subito, e sottolineato, che il grosso merito di questo debutto, è stato quello di mostrare che in Ticino esiste una nuova generazione di artisti attiva e produttiva, e che merita più sostegno istituzionale. Inoltre, la creazione di un premio artistico, finanziato dal Percento Culturale Migros, attenua la mancanza quasi totale nel cantone di borse di studio per artisti e possibilità di soggiorno in atelier all’estero. La scadenza triennale scelta per «Che c’è di nuovo» – titolo della manifestazione – non aiuta comunque a colmare questo vuoto.

Questo tipo di esposizione, ha già nel resto della Svizzera – soprattutto quella tedesca – una lunga tradizione e numerosi cantoni organizzano da tempo manifestazioni annuali a sostegno della loro scena ?giovane’. In queste, di regola tutti gli artisti hanno sulla carta la possibilità di partecipare, avvenendo la selezione sulla base della presentazione di un dossier. Una commissione sceglie poi alcuni di essi, permettendone la presentazione in ambito museale del loro lavoro. Il Ticino ha scelto qui una via diversa: dopo la formazione di una commissione selezionatrice, ogni membro di essa ha dovuto proporre alcuni nomi di artisti, poi automaticamente invitati a partecipare alla mostra. Così facendo, la giuria di esperti – composta da curatori, critici ed artisti attivi nel cantone – non ha effettuato una vera e propria selezione critica sulla base di una discussione interna, privilegiando invece i gusti personali dei vari membri. Questo metodo è naturalmente suscettibile di critiche. Al di là della mancanza di un necessario e fruttoso confronto interno alla giuria, che probabilmente gioverebbe anche al livello globale della mostra presentata al pubblico, dubbi possono anche sorgere sull’esistenza di favoritismi. In questo senso, un vero e proprio concorso pubblico, aperto a tutti e con tanto di bando, risulterebbe sicuramente più trasparente e democratico. Il premio è stato invece assegnato da una giuria esterna alle faccende ticinesi, giuria che quest’anno ha privilegiato la forza ironica di Katia Bassanini, artista capace inoltre di utilizzare agilmente differenti mezzi tecnici.

La prima impressione che tralascia «Che c’è di nuovo» è che la ?scena emergente’ ticinese predilige per la propria creatività supporti e tecniche tradizionali, come pittura e disegno. Forse su questa stessa lunghezza d’onda si trovano le scelte tematiche di molti artisti, che cadono spesso sulla mitologia o letteratura, come Luca Mengoni con il suo dipinto «Labirinto», una doppia tela nella quale al soggetto di un labirinto disegnato sullo sfondo di un cielo azzuro, vengono accostati dei papaveri secchi incollati su di un monocromo nero. Altro tema privilegiato quello dell’indentità o del rapporto con la morte, ad esempio in Luca Gabutti, con la sua installazione in cui 5 teschi posti su dei piedistalli, fissano con lo sguardo una serie di disegni di corvi.

Il fatto che gli artisti ticinesi sembrino privilegiare le tecniche classiche può essere legato alla formazione, avvenuta per molti di essi presso delle accademie italiane. Stupisce però che per quasi tutti, il mondo contemporaneo non sembra costituire un campo tematico e di ricerca interessante. L’arte sembra spesso diventare una forma spirituale, venire attuata come una sorta di poesia visiva o come un esercizio di stile. Una maniera forse troppo asfittica, chiusa su se stessa e alla quale un confronto con il mondo esterno, sia livello di forme che di contenuti, non potrebbe che giovare. Non sembra insomma essere una prerogativa dell’arte ticinese l’essere uno strumento di critica ed analisi sociale. Gli artisti presenti al Museo Cantonale d’Arte sembrano disinteressarsi della realtà. Esistono naturalmente delle eccezioni, come Fabrizio Giannini che nelle sue stampe digitali combina l’estetica dei codici informatici con tematiche antiglobalizzazione, oppure Gian Paolo Minelli con «Carcer de Caseros, Buenos Aires» una serie di fotografie ed un video realizzati in una prigione argentina in disuso, in cui vennero detenuti prigionieri politici nel periodo della dittatura. Ma anche Ivana Falconi, che combina femminismo, kitsch e consumismo. Da segnalare è pure la serie fotografica «Milano-Atene» di Andrea Crociani, che ha accompagnato un camionista nel suo viaggio tra la Lombardia e la capitale greca, documentandone percorso e momenti di lavoro e riposo, registrandone il contesto estetico e la solitudine sociale.

Se l’interesse per il mondo attuale si confronta in questi casi con un contesto internazionale, ci si potrebbe chiedere perchè la situazione locale venga completamente ignorata. L’attuale fase storica attraversata dal Ticino, con ad esempio il suo territorio in fase di ridefinizione, oppure con i recenti scandali politici e finanziari, così come i nascenti problemi sociali, potrebbero servire da punto di ispirazione per una nuova generazione di artisti. Molto spazio hanno invece molti lavori ?meta artistici’, di arte sull’arte, come nel caso di Bill Forrest che propone un rifacimento di una scultura di Donal Judd, i cui corpi metallici sono stati ricoperti di tavolette di cioccolata, o l’installazione «San Girolamo nello studio» di Davide Cascio, unico artista che – tramite la ricostruzione tridimensionale dello studio del santo come dipinto da Antonello da Messina – sembra osare la via dello sviluppo di complesse opere spaziali e concettuali.

Se «Che c’è di nuovo» costituisce un tentativo di normalizzazione, anche cercando di recuperare il terreno rispetto alla scena artistica nazionale, resta chiaro che il problema dell’arte contemporanea in Ticino non è risolto e resta di natura strutturale. La mancanza di un contesto critico e museale nel quale gli artisti possano sperimentare e confrontarsi rispetto a posizioni esterne si sente sempre di più. L’urgenza è quella della creazione di una vera e propria ?Kunsthalle’, gestita in maniera professionale e concettualmente coerente, che a medio termine permetta una crescita sia da parte del pubblico che degli artisti. «Che c’è di nuovo» ha infatti dimostrato che esistono delle potenzialità, anche per quanto riguarda un bacino di persone interessate all’arte contemporanea e che hanno bisogno di sostegno. Che c’è di nuovo? Qualcosa si sta muovendo.

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